“Ci sono sere che iniziano con una pizza e finiscono con un insegnamento.
Ci conosciamo da quando eravamo piccoli, entrambi la stessa età, e ora con questo mio amico ci vediamo due o tre volte l’anno, giusto il tempo — mi dico — per placare il senso di colpa di essere uno di quegli amici che si fanno sentire poco.
Arriva, stanco dal lavoro, con i suoi acciacchi… ma quando mi vede sfodera un sorriso da far invidia alla Gioconda. Io invece arrivo con il nervo sciatico, gli F24 pagati e un’espressione piatta come le idee di un terrapiattista. Punto per lui.
Dopo i saluti, parte subito con la “radiografia” della mia famiglia: mia moglie, i figli, i miei genitori, mia sorella… Si ricorda tutto. Si interessa davvero. Così tanto da farmi sentire, nel giro di cinque minuti, un pessimo marito, padre, figlio e fratello.
Entriamo in pizzeria. Lui inforca gli occhiali e legge il menu dall’inizio alla fine. Io, prevedibile come sempre, ordino la solita pizza al salamino. Lui invece sceglie la cosa più strana della lista, alla faccia di chi pensa che chi ha la sindrome di Down sia abitudinario.
Quando arrivano le pizze, la sua è uno spettacolo. La mia… è la mia solita pizza.
Io la divoro come un grizzly affamato dopo il letargo, lui la mangia con calma, tranquillo, un morso alla volta. E già so che dormirà meglio di me.
Chiamiamo “chiacchiere” quello che in realtà è un continuo scambio in cui lui si interessa e ascolta davvero. A un certo punto tira fuori il telefono per farmi vedere delle foto: orgoglioso, curioso, presente. E io penso che devo ancora sistemare lo smartphone a mia madre… già, pessimo figlio, di nuovo.
A fine serata insiste per offrirmi un gelato. E non solo: si preoccupa pure che il gusto mi piaccia. Una premura così, se ce l’avesse il mio dietologo forse lo renderebbe simpatico.
Poi ci avviamo verso casa, lo saluto e lo guardo mentre entra dal portone.
E penso che è proprio una bella persona.
Una di quelle che, senza fare nulla di speciale, riesce a farti sentire che dovresti essere migliore.
E in fondo… non ci vuole nemmeno così tanto.”
Disegno di M. – 8 anni




